Work less and live more to produce hard!

Work less and live more to produce hard!

Se guardo al mondo del lavoro, riconosco la strana e diffusa convinzione che la produttività delle persone si misuri in base alla quantità delle ore prestate. Voglio andare oltre questa idea, che domina in molte organizzazioni italiane, per aprirmi a nuovi approcci più funzionali ed efficaci.

Non so a voi – a me è capitato diverse volte – di provare uno strano senso di colpa o imbarazzo nel momento in cui, raggiunto il mio obiettivo quotidiano di ore lavorative contrattualmente previste, pensavo fosse il caso di andare via.

Confrontandomi con amici e colleghi e leggendo articoli sul web, ho appurato che questo è – purtroppo – un disagio condiviso da molti. Il tema maledettamente attuale è (citando la canzone de Lo Stato Sociale 🙂 ): vivere per lavorare, o lavorare per vivere?

Io rilancio con un’altra domanda: siamo davvero sicuri che il metodo giusto per misurare la produttività lavorativa sia contare le ore trascorse al PC, piuttosto che valutare la qualità, cioè il MODO in cui raggiungiamo gli obiettivi?

Anche se il tema può sembrare banale o trito e ritrito, eccoci di nuovo qui a parlarne: questo vuol dire che c’è ancora bisogno di analizzarlo ed affrontarlo.

Voglio condividere un aneddoto riportato in un articolo del Post.

Scott Maxwell, fondatore di una società di investimenti racconta che, quando lavorava come consulente per la società McKinsey, vi era la consuetudine di lavorare 7 giorni a settimana. Se qualcuno lavorava meno, voleva dire che non stava facendo la sua parte. Quando il dirigente della società provò a lavorare 5 giorni a settimana, si rese conto però, di essere molto più produttivo. Maxwell aprì in seguito una società sua e, osservando i suoi dipendenti, cominciò a realizzare che dopo un certo numero di ore, diventavano improduttivi. Inutile, dunque, continuare a lavorare: invece di essere un segno di maggiore impegno, diventava motivo di insuccesso. Questa la correlazione: sapere di avere meno ore a disposizione per ultimare il lavoro, rendeva i dipendenti più efficienti, ma anche meno stanchi e più concentrati nel tempo disponibile. I dipendenti che lavoravano troppo, inoltre, si distraevano più facilmente, prendevano cattive decisioni e commettevano più errori.

Maxwell legò la sua teoria alla curva della produttività ed in pratica capì che, se sei più felice e hai una migliore qualità della vita, rendi di più sul lavoro.

Il tema resta attuale e riscuote un crescente interesse. Tra le tante ricerche scientifiche effettuate, ho letto che il professore dell’Università di Berkley Morten Hansen, ha recentemente provato il legame tra qualità del lavoro e produttività.

Nel suo libro Good at Work, il professor Hansen dimostra – dati alla mano – dopo 5 anni di ricerche su 5000 lavoratori americani, che chi lavora per meno ore al giorno, riesce ad essere più produttivo e raggiunge gli obiettivi di performance in modo efficace, ma soprattutto più efficiente.

Qual è la formula segreta?

Secondo il professore, è importante seguire alcuni punti:

  • definire le priorità
  • acquisire nuovi metodi di organizzazione e gestione del lavoro, che permettono di fare meglio, in meno tempo (es. tecniche di design thinking)
  • vedere ogni piccola situazione come un’opportunità per non smettere mai di formarsi
  • focalizzare le proprie energie e la propria concentrazione sul progetto che si vuole portare a termine
  • (per i team leader) ispirare il gruppo ed evitare di far finta che i problemi non ci siano, ma affrontarli con coraggio
  • favorire il confronto nei gruppi di lavoro
  • definire ruoli, compiti e mansioni in maniera chiara, all’inizio di ogni lavoro di gruppo

Seguire questi pratici consigli è davvero molto utile. Tuttavia, credo manchi ancora qualcosa: un vero e proprio cambiamento culturale a monte. Senza, qualsiasi metodo rischia di non servire a molto.

Penso ai manager di piccole e grandi aziende, che hanno la responsabilità di gestire i team di lavoro: se non si libereranno di convinzioni che fino ad oggi hanno limitato la loro visione; se non diffonderanno tra i dipendenti una mentalità basata sulla fiducia e su un nuovo approccio al lavoro; se continueranno a credere che più lavori più produci… allora applicare il metodo Hansen o altri metodi innovativi sarà pressoché inutile.

Lavorare meno per essere più produttivi: è proprio così!

Basta guardare al passato! Dobbiamo promuovere e accogliere un netto cambiamento di mentalità, per migliorare il modo di lavorare e lo stile di vita!

In un precedente articolo ho parlato di Umanesimo Manageriale: è ora di iniziare a porre attenzione ai bisogni delle persone, alle esigenze di ognuno di noi.

La corretta correlazione non è produttività = quantità di ore di lavoro, bensì produttività= qualità del lavoro e della vita.

Come afferma anche Luca Foresti, nota firma de Il Sole 24 ore

lavorare troppo non è figo, non è segno di equilibrio, non deve essere incensato come un comportamento da imitare. Abbiamo bisogno di diventare persone capaci di lavorare bene e forte quando lo facciamo e di dedicare sempre più tempo ad altro.

La produttività è legata alla serenità/felicità di ogni persona: lavorare troppo è una cattiva abitudine e non permette di prendere decisioni lucide quando ce n’è bisogno. Non permette di nutrire la creatività, la curiosità, i propri interessi, e neanche di accrescere la nostra unicità. Come possiamo dare il nostro contributo sul lavoro, se siamo vuoti dentro? Se non riusciamo a dedicarci a noi stessi, agli affetti, ai viaggi e ai nostri hobby?

Alcuni Paesi e alcune aziende virtuose sembrano averlo capito. Notizia di poco tempo fa: una società della Nuova Zelanda sperimenterà l’iniziativa di far lavorare i suoi dipendenti 4 giorni invece che 5, senza diminuire il salario.

Mi auguro che la nostra Italia non resti un fanalino di coda e che sostenga, tra gli altri, anche questo importante cambiamento.

Intanto, è necessario l’impegno di manager, imprenditori e responsabili, per diffondere questa nuova cultura nei luoghi di lavoro e trasmettere i metodi e gli strumenti giusti a supporto. I lavoratori, dal canto loro, dovrebbero richiedere simili strumenti e apprendere la metodologia giusta per metterli in opera.

Come per ogni cosa, si parte dal proprio piccolo, per fare la differenza.

Basta aprire la mente e crederci.

 

 

Fonti:

https://www.ilpost.it/2014/10/18/lavorare-meno-lavorare-meglio/

http://www.ninjamarketing.it/2018/02/21/lavorare-meglio-meno-recensione/

http://www.econopoly.ilsole24ore.com/author/lucaforesti/

http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_09/nuova-zelanda-settimana-lavorativa-4-giorni-parita-stipendio-15e38c58-0d76-11e8-a5e0-1af35ea26b79.shtml


Eva Schettini

La laurea in Economia e Management mi ha permesso di scoprire il mondo della formazione e del coaching: è stato amore a prima vista! Credo fortemente che ognuno di noi abbia un potenziale inespresso, che la crescita personale consente di portare alla luce. Spero che le organizzazioni si preoccupino sempre più di nutrire il benessere delle persone. Voglio essere portatrice di positività, cambiamento, sviluppo di competenze trasversali. Pratico lo Yoga e la Mindfulness. Mi occupo di progettazione ed erogazione di corsi di formazione, coaching e workshop esperienziali. Sono in continua evoluzione!

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