Dal coaching allo style coaching

Dal coaching allo style coaching

Da dove inizio?…

Ok, ci sono, dalle mie qualità principali (distintive): sensibilità personale, istintività, attitudine ai rapporti interpersonali, ascolto della persona.

Niente male, come risorse da cui partire… c’è qualcos’altro che posso aggiungere?

Sì, certo: il desiderio di soddisfare un mio profondo bisogno di valorizzazione personale; l’essere attratta da tutto ciò che ruota intorno alla persona; la profonda convinzione delle potenzialità insite in ogni persona e delle sue possibilità di migliorare continuamente.

Ok e quindi?… Devo dare valore a tutto questo.

Cosa mi serve per poterlo fare?

  • acquisire strumenti e conoscenze;
  • iniziare un percorso di crescita personale e di consapevolezza di me, per poter valorizzare le mie potenzialità.

Devo trasformare le mie attitudini in capacità!

Bene, mi attivo per costruire il mio piano di sviluppo, navigo su internet alla ricerca della formazione più congeniale al raggiungimento dell’obiettivo che mi sono posta.

Superfluo dirvi che si apre un mondo di possibilità, un’infinità di offerte di corsi e master finalizzati ad acquisire capacità relazionali e comunicative. Tra queste la mia attenzione si focalizza sulla psicologia rogersiana umanistica e su alcuni principi su cui Carl Rogers fonda la sua teoria:

  • l’intensa convinzione che ogni persona abbia valore, dignità e capacità di autodeterminarsi;
  • la fiducia nella possibilità, concessa ad ogni essere umano, di realizzarsi nella vita;
  • il rispetto profondo per l’altro, il cui punto di vista è importante al pari del nostro e decisivo nelle scelte che lo riguardano.

Sono esattamente i principi su cui desidero basare la mia crescita personale in primis e poi quella professionale: non ho più dubbi, comincio il mio percorso di sviluppo seguendo questo approccio e poi continuo integrando metodi, modelli, studi ed esperienze diverse!

Perfetto, ma a quale scopo raccontarvi ciò?

Ah sì…

Per applicare ad un caso concreto – il mio – le varie fasi di un processo di coaching:

  • esplorare le risorse;
  • mettere a fuoco l’obiettivo;
  • individuare i gap;
  • rimuovere le barriere;
  • definire un piano di azione…

Ma… avete ancora un po’ di tempo da dedicarmi? Perché… vorrei parlarvi di come una mia passione mi abbia spinto a traghettare nella mia attività di coaching quella di style coaching.

[Giusto per condividere: lo style coaching prende (cattura) la magica essenza della consulenza d’immagine e del personal styling, la fonde con i potenti e trasformativi metodi e strumenti del life e business coaching e la integra con le skill provenienti dai campi del personal shopping e anche personal branding].

Avete detto: “sì”, vero?

Si tratta della mia shopping passion e dell’etichetta di donna shopping, che spesso amici ed amiche mi attribuiscono.

Adoro fare shopping, ma non quello compulsivo, bensì quello che definisco ricercato. Vi spiego che cosa intendo: ho un irresistibile pulsione ad andare alla ricerca di posti che vendono abbigliamento, accessori, scarpe, oggetti particolari e sono anche brava a scovarli. Questi negozi di solito non sono di grandi dimensioni, hanno arredamenti essenziali e non scontati, distintivi. Spesso lo stile dei proprietari rispecchia perfettamente quello dei loro negozi, che solitamente non sono ubicati lungo grandi strade commerciali, ma su stradine più nascoste, insomma… delle piccole chicche!

Il processo che metto in campo è più o meno questo:

  1. vado in giro;
  2. attivo il radar;
  3. metto a fuoco, entro per fare uno “zoom”;
  4. seleziono;
  5. assemblo;
  6. provo…
  7. colpisco!

Tutte queste fasi del processo sono appassionanti, divertenti, entusiasmanti, gratificanti, così come l’ultima fase: indossare i diversi outfit in diverse situazioni e raccogliere i like

Il numero dei like aumenta ed arrivano da più contesti e persone i feedback su buon gusto, raffinatezza, ricercatezza, essenzialità, sobrietà ed eleganza del mio stile. Questo mi motiva e mi spinge a cominciare a risolvere casi di amiche e clienti che mi chiedono di aiutarli a:

  • valorizzare la loro immagine personale e professionale, per esercitare una leadership più influente;
  • ridurre lo stress per vestirsi la mattina; 
  • ridurre  il  tempo per fare la valigia per i viaggi di lavoro, riducendo peso e volume;
  • imparare a scegliere pochi capi e ad assemblarli in modi diversi, per creare più outfit, con budget contenuti.

Spesso divento la loro personal shopper, accompagnandoli nei negozi ad acquistare vestiti, cercando di trovare lo stile e il look più congeniali ad esprimere se stessi, la loro personalità e unicità. La sicurezza che deriva dall’avere un proprio stile affascina, trasmette forza e sicurezza di sè. Lo stile non si acquisisce comprando un capo firmato o alla moda, come diceva Coco Chanel: La moda passa, lo stile resta”.

Come dare torto a Miuccia Prada, quando afferma: “What you wear is how you present yourself to the world, especially today, when human contacts are so quick. Fashion is instant language“.

La missione comunicativa dell’abbigliamento costituisce un ambito di studio assai importante, perché con esso uomini e donne di ogni cultura elaborano e trasmettono una grande quantità di messaggi.

È un canale comunicativo molto potente e può avere un forte impatto sull’immagine professionale proiettata all’esterno, in termini di affidabilità, professionalità e credibilità. Gli abiti rispecchiano una precisa identità sociale e l’appropriatezza dell’abbigliamento, di fatto, coincide con quella del ruolo. L’idea di un certo rigore nell’abbigliamento emerge dal prestigioso Wall Street Journal, dove nella rubrica On Style, a cura di Christina Binkley, vengono citati alcuni manager uomini che sostengono l’inadeguatezza e la minor credibilità delle donne che si presentano agli appuntamenti di lavoro con un look poco formale. O ancora, un articolo dello stesso prestigioso giornale che associa il dress code alla gerarchia ed impedisce ai “novellini” di vestire come i loro “boss”.

E’ straordinario e affascinante il linguaggio dell’abbigliamento, perché non è fatto di parole bensì di emozioni, valori, cultura, convinzioni profonde, pregiudizi, significati simbolici. Si tratta di un linguaggio non verbale, che non solo ci racconta agli altri e influenza il modo in cui ci vedono, ma condiziona anche il nostro cervello ed il nostro comportamento, adeguandolo al significato simbolico rappresentato dall’abbigliamento stesso. E non è tutto:  il linguaggio dell’abbigliamento può influenzare il modo di vedere noi stessi ed il nostro stato d’animo. La psicologa sociale Amy Cuddy in uno stimolante filmato TED parla di molti aspetti interessanti inerenti alla comunicazione non verbale. Posture e gesti che possono denotare potere o debolezza, forza o impotenza, dominio e padronanza dello spazio in cui ci si trova, oppure posture di chi subisce lo spazio, fisico o relazionale in cui si trova.

A proposito di cambiare stato d’animo, ho letto di recente un articolo su Vanity Fair, in cui si parlava della magia del Mood Ring, l'”anello dell’umore”, brevettato e commercializzato nel 1975 a New York da Josh Reynolds e Maris Ambats. La pietra del Mood Ring cambiava colore a seconda dello stato d’animo di chi la portava. Verde voleva dire normale, blu rilassato, porpora/viola felice ed eccitato, giallo/ambra teso, marrone/grigio ansioso, nero depresso.

In effetti, i gioielli più o meno preziosi, antichi, classici, moderni, romantici, etnici, esoterici… hanno il potere di cambiare il look e definiscono lo stile forse più di qualunque altro accessorio. Come tutti gli accessori, i gioielli e gli orologi vanno portati però con eleganza: se esibiti come status symbol, rischiano di diventare volgari ed aggressivi.

L’abbigliamento rende quindi possibile la strutturazione del sé: i vestiti, gli accessori, il make up o il taglio di capelli possono essere scelti per comunicare agli altri, in modo volontario, aspetti della propria immagine personale e sociale. Attraverso la scelta dei colori si possono esprimere emozioni positive o negative e anche il proprio stile comportamentale (un estroverso euforico non indosserà un abito scuro, ma una tonalità dominante come il rosso). Ci si può avvalere inoltre del contrasto dei colori (chiaro/scuro) o delle forme (largo/stretto), per creare impatto.

Quindi: vestirsi per il successo, per motivare noi stessi oppure semplicemente per comunicare meglio con gli altri, serve. Eccome!

Ora vi lascio… con due domande…

  • Quanta attenzione dedicate alla scelta dei giusti abiti da indossare per un incontro di lavoro, un pranzo con un cliente, un appuntamento con un fornitore?
  • Che messaggio trasmette il vostro look?

Adriana De Pasquale

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