Scatta che ti passa

Scatta che ti passa

Cornici della memoria 3.0. Antropologia dello scatto fotografico 

Autoscatto, autostima, autoNomia… Lo scatto fotografico è il modo migliore per tenere traccia delle cose che accadono e che non vogliamo lasciare andare. Imprimere gli attimi di vita dentro una cornice fotografica sta a significare darci la possibilità di rivivere quel momento, ogni qual volta ne abbiamo voglia o bisogno.

Con una foto ricordiamo il nostro esserci nel tempo; comunichiamo le nostre emozioni e la nostra immagine; testimoniamo come dei souvenir di essere stati in un determinato luogo; guardiamo la realtà e le persone dalla nostra prospettiva.

I genitori, fanno foto ai propri figli per costruire la “memoria” storica della loro crescita.

I figli, scattano foto ai genitori per incasellare i ricordi per un domani in cui non ci saranno più.

Noi scattiamo foto a noi stessi per “stimare” quanto ci piacciamo e quanti like la nostra immagine è in grado di accumulare.

La foto è immediata, veloce e diretta. Costruisce i ricordi e li protegge. Ritrae cose e restituisce emozioni. Imprime avvenimenti e sublima gli attimi. Ferma il tempo e dona l’eternità.

Nel corso del tempo siamo passati dalla fotografia come mezzo per ritrarre i ricordi, alla fotografia come veicolo per comunicare chi siamo ed il nostro modo di visualizzare il mondo. Una volta il rullino Kodak era il quantitativo massimo di scatti possibili. Oggi con il back up puoi scattare senza sosta.

Selfie. Una sola parola per dire come mi vedo, cosa sto provando, dove sono, con chi e che cosa vorrei far capire di me a chi guarda. Il “comportamento” fotografico diventa: se la foto non mi piace la cancello e la rifaccio. Se la foto mi piace la modifico e la condivido.

Prima c’erano gli album fotografici, in cui incollare le stampe. Gli album assumevano quasi una valenza sacra, perché conservavano i sorrisi di chi non c’era più, le cerimonie, i passaggi di status, le ricorrenze festive, le celebrazioni religiose, i fantasmi buoni. Come reliquie rare venivano riposti nei cassetti delle credenze, insieme ai filati preziosi ed ai documenti di famiglia. La foto doveva essere protetta, perché rappresentava il segno dell’esserci stati nella realtà. Insomma la fotografia era una “questione” privata.

Oggi l’album diventa digitale e condiviso. La foto è l’esteriorizzazione democratica della propria persona virtuale. Lo scatto è il mezzo usato non per ricordare, ma per comunicare in maniera veloce, facile e virale. Ognuno diventa fotografo di se stesso ed “il mio stato lo comunico con un’immagine”. Al passo con i tempi liquidi in cui viviamo, è più semplice affidare il nostro bisogno di costruire significati immediati ad un click, che non a fiumi di parole.

Dalla cassettiera della credenza gli album approdano ai social network, da una cerchia di familiari arrivano al pubblico di amici digitali, che in qualche modo diventano portatori del tuo Sé… e così la tua immagine diventa “condivisa” e “virale”.

Ricordo con gioia zio Alfredo, che nelle ricorrenze di famiglia sfoggiava la sua Polaroid istantanea. Vista con gli occhi di una bambina quale ero, mi sembrava fosse una macchina capace di fare magie. Ora guardo con fiducia mio nipote Francesco di 8 anni, che quest’anno per il mio compleanno mi ha scattato una foto con un iPhone 6 e mi ha detto: “Zia questa foto non è niente male. Ne facciamo un’altra?”.


Maria Rosaria Pagliaroli

Mi sono laureata in Antropologia culturale e da oltre dieci anni mi occupo di formazione e sviluppo delle persone, sia come progettista che come trainer e facilitatrice. Attualmente sto conseguendo la certificazione come coach ICF. Nel tempo libero mi piace alimentare le mie passioni che sono: sport, viaggi, fotografia, cani e volontariato.

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