Parole manomesse – 4 #resilienza

Parole manomesse – 4 #resilienza

La pagina bianca

Vorrei popolarla con parole usabili. E invece niente. Vorrei arricchire i vostri prossimi 5 minuti scritti, ma non riesco a immaginare i passi esatti per aprire la danza. Vedo un muro rigido, resistente e divisivo. Dietro la pagina/muro ci siete voi, ma in questa posizione non riesco proprio a percepirne la presenza. 

Che cosa faccio? Smonto il muro, come si fa con i Lego, e lo trasformo. E al suo posto lascio lo spazio. Bianco, accogliente e fluido, trasparente e vivo.

Tutti dicono “I love resilienza”

Parola eletta a meme-pop nel discorso sulla contemporaneità e sulla complessità. Stefano Bartezzaghi la definisce addirittura “parola-chiave di un’epoca”. 

Resilienza assume un valore simbolico forte in un periodo in cui l’accesso interpretativo più frequente alla condizione economica, politica, ecologica mondiale è fornito da un’altra parola, crisi: lo spirito di resilienza rappresenta la capacità di sopravvivere al trauma senza soccombervi e anzi di reagire a esso con spirito di adattamento, ironia ed elasticità mentale.

Usata e ri-usata – anche a sproposito – talvolta con modalità e intenzioni vagamente radical chic.  Se provate a googlare la parola resilienza, compaiono circa 1.750.000 risultati: niente male! E già dai primissimi link si evince, che ciò che interessa agli internauti è soprattutto costruirsi un’idea sulle modalità necessarie per incrementare questa capacità. E giù risme di esercizi, segreti, metodi e soluzioni per diventare più resilienti. Avete problemi con il capo o con vostro marito? Vostro figlio è oppositivo? Forse non trovate abbastanza tempo per voi stessi? Siete nervosi? Depressi? Ingrassati? 

La cura c’è: resilienza. 

E pensare che fino a qualche anno fa era l’aloe vera 😉 Ma l’ottima aloe può molto, ma non tutto. E nel 2011 la resilienza ha velocemente scalato le posizioni nel ranking delle panacee. E – ahimè- non se n’è potuta vantare per niente. 

Le maree del cambiamento

Perché proprio l’anno 2011 si è rivelato – purtroppo – il più dispendioso della storia in termini di disastri naturali causati da cambiamenti climatici. Nel 2011 si è verificato, sfuggendo ad ogni previsione, un singolare sconvolgimento nei molteplici sistemi sovrapposti – sociali, politici, economici, tecnologici e ambientali – segnando l’aumento critico della vulnerabilità del sistema globale. La volatilità dei sistemi complessi, che in ogni settore si registra in modo sempre più chiaro ed evidente, è una nuova triste #normalità. 

Mutuando proprio dall’ecologia e dalla sociologia i termini che definiscono la resilienza, la troviamo descritta come la capacità di un sistema, di un’impresa o di una persona di conservare la propria integrità e il proprio scopo fondamentale di fronte a una drastica modificazione delle circostanze

Come molti vocaboli scientifici, resilienza ha un’origine latina: il verbo resilire si forma dall’aggiunta del prefisso re- al verbo salire ‘saltare, fare balzi, zampillare’, col significato immediato di ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi’, ma anche quello, traslato, di ‘ritirarsi, restringersi, contrarsi’ (Oxford Latin Dictionary, Fascicle VII, a cura di P. G. W. Glare, Oxford University Press 1980, traduzione nostra). Resilientia, resiliens restituiscono dunque inizialmente il senso di un’esperienza quotidiana non specialistica, e si dicono di oggetti che rimbalzano, o, in senso esteso, di chi batte in ritirata o si ritrae d’improvviso.

Non temere il proprio tempo, è un problema di spazio (G.L.Ferretti)

L’elemento che mi pare perdersi negli usi un-tanto-al-chilo del termine resilienza, è proprio il concetto di spazio. Per salire, saltare, fare balzi, zampillare, ritornare in fretta, ritirarsi, restringersi, contrarsi, c’è bisogno di uno spazio. E mi riferisco ad uno spazio fisico, ma anche ontologico. C’è una condizione iniziale del sistema – o nicchia abitabile – che mentre vive e occupa un certo numero di stati stabili differenti, è minata improvvisamente da una nuova circostanza avversa. Il sistema a questo punto ha alcune possibilità, per rispondere a quello sconvolgimento imprevedibile: resistere finché è possibile (fare muro, limitare, opporsi e in sostanza, sopravvivere) o riorganizzarsi dinamicamente, per ritrovare una nuova condizione di vitalità. La seconda risposta sembra portare all’azione, al movimento, all’integrazione di una serie di contromeccanismi quiescenti fino a quel momento di crisi. 

Tempo, lavoro, trasformazione. Sorpresa.

Un sistema scosso e perturbato reagisce in un tempo proporzionale alla sua struttura connettiva interna ed esterna. Più il sistema dipende da risorse e requisiti propri o esterni, più vive di pochi accoppiamenti che stabilizzano il suo equilibrio, e quindi rischia di essere minato da un evento avverso.  Per questa ragione, se i suoi elementi sono innestabili tra di loro perché modulari, essi riescono a riconfigurarsi al bisogno, risentendo meno dell’effetto a cascata che altrimenti ne sconvolgerebbe la stabilità. Modularità e interoperabilità sono quindi due caratteristiche tipiche dei sistemi resilienti. Se i componenti possono lavorare raggruppandosi e  poi sciamare al bisogno, separarsi e addirittura disperdersi, assistiamo ad una trasformazione adattiva fondata sulla #diversità e sull’energia diversificata delle parti. 

La sorpresa è che sto parlando anche di voi, di noi: dei nostri talenti, delle nostre risorse e delle nostre idee. Le stesse che nei momenti di crisi, si destano da uno stato silente e rappresentano il nostro backup. 

MacGyverismi

Ma perché aspettare la crisi? E che cosa possiamo fare nel frattempo? Forse è proprio questa la domanda cercata su Google in circa 1.750.000 link. Una risposta possibile è: diventare ridondantiMoltiplicare conoscenze, competenze e idee. Sommare quantità di motivazione e volontà, farne provvista. Ascoltare e valutare ogni strumento oltre la sua funzione nativa, anche nell’insieme dei suoi possibili valori funzionali. L’esempio più efficace che mi viene in mente è: essere, pensare e fare come MacGyver 🙂

Ma c’è altro. La nostra resilienza è attiva nello spazio della nostra #responsabilità. Che si somma allo spazio della responsabilità di altri. Cooperare, allenarsi nel costruire nuove relazioni di fiducia, impegnarsi ad accogliere la diversità, condividere e portare a termine progetti sfidanti. Non delegare mai troppe responsabilità ai nostri automatismi. 

La ridondanza è il metodo con cui i sistemi naturali gestiscono il rischio. Noi esseri umani abbiamo due reni, pezzi di ricambio e capacità aggiuntive in moltissimi organi e sistemi… Lo stesso non si può dire dei progetti umani, che tendono ad essere ridotti all’osso e caratterizzati dall’opposto della ridondanza… La ridondanza è ambigua, perché se non ci sono imprevisti sembra uno spreco. Il punto è che le cose insolite accadono, di solito.* 

Accadrà che le circostanze cambino, e saremo chiamati a riconfigurarci. Questo potrebbe significare anche abbandonare l’idea di tornare esattamente allo stato originario. Non necessariamente occorre una ripresa, intesa come ripristino della condizione iniziale. Perché si può anche fallire, la nostra intelligenza è limitata e non può prevedere ogni possibile scenario. A questo punto però abbiamo ancora una possibilità: domandare alla crisi.

Sovracompensare. La crescita post-traumatica.

In *Antifragile. Prosperare nel disordine, Nassim Nicholas Taleb riesce a spiegare come superando la dipendenza dall’ambito – e per ambito si intende un contesto o una categoria di attività – un sistema sia in grado di sovracompensare, di iperreagire in presenza di fattori di stress. Antifragile è il sistema che risponde alla crisi con una crescita, generando – nientedimeno – innovazione.

Come si introduce un’innovazione? Innanzi tutto bisogna cercare di mettersi nei guai; diciamo guai seri, ma non irreversibili…L’energia che scaturisce dall’iperreazione di fronte a una difficoltà è ciò che permette di innovare!

Che poi #innovazione è proprio la prossima parola che manometterò 😉


Alessia De Carli

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