L’ingrediente “chimica umana” nella selezione del coach

L’ingrediente “chimica umana” nella selezione del coach

La “Presence” una competenza “core”

 

Selezionare il “giusto” coach è una sfida…

Provo a dare un senso al “giusto”, partendo dall’analisi dei meccanismi di selezione del coach. Per stabilire le fondamenta per un ingaggio di coaching di successo, le regole di base e gli obiettivi devono essere chiari.

Chi paga il coach e perché?

Quasi il 100% delle volte è l’organizzazione a farsene carico. In questo caso, l’organizzazione ha la responsabilità del processo di selezione, in altre parole l’organizzazione ingaggia il coach perché ha bisogno che il coachee migliori le sue performance. Il coachee deve sentirsi  a proprio agio con questa scelta, ma il “cliente” dovrebbe essere l’ultimo a decidere.

Ma chi è il cliente?

La persona a cui viene fatto coaching o chi paga il servizio?

Qui ci addentriamo in un’area grigia…

Questa ambiguità è connaturata alla confidenzialità e fiducia necessarie nella relazione di coaching. Per una minoranza di coach è molto chiaro che il coachee è il cliente, sebbene sia l’organizzazione a pagare il servizio ed il raggiungimento degli obiettivi organizzativi siano l’obiettivo finale. La relazione tra coach e coachee è simile a quella tra dottore e paziente o a quella tra avvocato e cliente. La maggioranza dei coach – di cui faccio parte anch’io –  benché ritenga evidente che fiducia e confidenzialità tra coach e coachee siano inviolabili, si basa sul fatto che il coach sia stato assunto a servizio dell’organizzazione e che l’agenda del coachee debba essere allineata con quella dell’organizzazione che ne misurerà successi e fallimenti.

Detta così sembra semplice, ma vi assicuro, per esperienza, che spesso non è facile stabilire le regole di base: definire chiaramente obiettivi, aspettative, commitment, linee e confini di comunicazione, confidenzialità.

Avete presente un elefante che si muove in una fabbrica di cristalli… a volte provo esattamente questa sensazione…

A rendere ancora più grigia quest’area è il ruolo del settore Risorse Umane, che sebbene coinvolto solo nel processo di selezione e/o in quello di controllo e revisione dei progressi di ingaggio, potrebbe di fatto essere visto come il cliente.

Ovviamente l’“area grigia” sparisce se il coachee privatamente seleziona e ingaggia un coach per intraprendere un percorso di sviluppo…

Ma ora ritorniamo a come il coachee o l’organizzazione valuta che un coach sia quello “giusto”.

Il coach è una risorsa di conoscenza, competenza, intuizione, esperienza e di “chimica umana”… Questa aumenta la probabilità di successo!!!

I valori del coach pervadono il suo approccio: metodo e filosofia personale devono incontrarsi con quelli del cliente. Cosa può accadere se viene a mancare il presupposto dell’allineamento dei valori? Provo a rispondere con un esempio: se i driver del cliente sono fortemente orientati alla competizione interna piuttosto che all’armonia del team, mentre quelli del coach sono indirizzati a lavorare sull’incremento dell’efficacia, migliorando le relazioni interpersonali, questa differenza di punti di vista potrebbe generare conflitto tra cliente e coach.

L’esperienza, la  potenza e comprensibilità del messaggio incrementano la credibilità del coach.

L’arte del coaching ha radici nelle dinamiche umane, è un’alchimia tra empatia e struttura, e lo “stile personale” ha una grande rilevanza per la creazione di una relazione duratura e di successo. 

La  partnership che si crea con il coachee si alimenta con la fiducia e i progressi. Alcuni coach riescono ad ispirare fiducia nella prima fase di ingaggio, sviluppando relazioni molto forti durante il percorso. Se questo non accade, se non si genera chimica umana  (mi piace, non mi piace) nella relazione di coaching, i risultati potrebbero essere compromessi dalla resistenza opposta dal coachee.

Tra le competenze “core” dell’International Coach Federation sotto “co-creare la relazione”, la “presence” viene definita come: “the ability to be fully conscious and create spontaneous relationship with the client, employing a style that is open, flexible and confident”: l’abilità di essere pienamente consapevole e creare relazioni spontanee con il cliente,  utilizzando uno stile aperto, flessibile e sicuro di sé (International Coaching Federation, 2015).

L’American Nurses Association Standard 5, fa riferimento alla coaching presenceas becoming and remaining fully present, centered and grounded”: essere nel momento presente con l’altro.

“Stile personale” e “presence”  sono competenze chiave e quindi requisiti professionali fondamentali per un coach, che tradotto in azioni e comportamenti da mettere in campo per costruire le fondamenta della relazione di fiducia significa:

  • trasmettere “intenzionalmente” una prima impressione positiva, essere “magnetici” al passaggio dei raggi X che il coachee ci invia e che nel giro di qualche minuto lo inducono già a stabilire quale sia il nostro quoziente intellettivo, ma anche la nostra affidabilità, competenza, socievolezza, fiducia in noi stessi.

Un coach deve curare tutto ciò che comunica qualcosa di lui/lei, i suoi biglietti da visita, il materiale che distribuisce, il messaggio di segreteria telefonica (che deve essere efficace ed “ispirare” professionalità), l’espressione del suo personal e professional brand sui social media, l’aspetto fisico, il portamento fiero, la scelta degli outfit per i diversi contesti… tutti gli strumenti di comunicazione che esprimono il suo “stile“.

  • prepararsi all’incontro, centrandosi su se stessi e cercando di raggiungere uno stato di calma e tranquillità (essere mindfull), per poter trasferire al coachee uno stato d’animo positivo e un’attenzione chiara ed ampia, “presente”
  • selezionare gli stati mentali che permettono alla gestualità, alle parole e ai comportamenti di fluire armoniosamente e con energia, nella stessa direzione, così da esprimere “presence”
  • dimostrare un rispetto ed interesse genuino per il coachee, attraverso un ascolto profondo, accogliendo con apertura mentale le sue storie, senza giudicarle
  • essere connesso, camminando un po’ in avanti e un po’ indietro, e qualche volta rimanendo in silenzio finché il coachee non acquisisca consapevolezza del  passo successivo
  • esprimere coerenza tra il modo di essere nella vita pubblica, professionale e privata.

Tutto questo non si improvvisa

Se provate a chiedere ad un atleta, ballerino/a, pianista, poeta come ha imparato la sua arte , la sua risposta sarà : con la pratica

E allora se vogliamo aprire le tre porte, mente, corpo e cuore, per avere pieno accesso alla nostra “presence”, se desideriamo essere auto-generativi nella professione e nella vita, rendere il nostro stile distintivo e unico, c’è una sola cosa che possiamo fare: “pratica”.


Adriana De Pasquale

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