La Responsabilità del tempo dissipato

La Responsabilità del tempo dissipato

A.A.A. Cercasi indaffarati. No perditempo.

 

Il fenomeno dilagante dell’accidia cronica.

 Ne ho già parlato in un post di qualche tempo fa. Ma sento di nuovo forte il tema, in questo momento. Tanto che ho deciso di scrivere un articolo su una mia allergia. Cronica e acuta insieme.

 I pigri, i procrastinatori, i ritardatari, i passivi, i tranquilloni, i moderatamente affidabili mi fanno venire le bolle. Lo ammetto.

La mia storia è di operosità continua. Da formichina operaia, appunto. Da che mi ricordi, sono sempre stata indaffarata. E mi piace stare con persone che hanno da fare, che vogliono fare. Che vogliono fare sempre meglio e sempre di più. Darsi un obiettivo e fare di tutto per raggiungerlo. Ma vedo troppe persone, che perdono tempo e che non si assumono nessuna responsabilità del tempo che hanno inutilmente dissipato.

 Un senso di responsabilità verso sistemi che ci vedono coinvolti come parti attive, dalla famiglia, alle istituzioni, alla società, passando per le aziende.

In genere l’attacco allergico più forte mi arriva quando il procrastinatore cronico si nasconde, adducendo miliardi di spiegazioni che sembrano anche sensate… Che, quasi quasi, alla fine ci credo anche io.

 O quando il non affidabile ti ha promesso un’informazione o una spiegazione e non mantiene la promessa. In genere i non affidabili sono molto loquaci. Ridondano nei pensieri e nelle parole. Sono affabili e piacevoli. Riflettono, analizzano. Usano i condizionali si dovrebbe, si potrebbe. Usano di rado verbi che esprimono certezza, al massimo parlano al futuro. Non specificano mai, non spiegano mai, non circostanziano mai, non rispondono e, nemmeno, ti dicono quando lo faranno. Sono le persone che dicono “teniamoci aggiornati” o “ti faccio sapere“… ma tu sai già che non ti aggiorneranno mai e non ti faranno sapere proprio un bel niente!

Ah… poi c’è quello che si auto-protegge dalle cose da fare. Quello che passa subito la palla: gli chiedi una mano e fa rimbalzare la richiesta verso qualcun altro o, incredibilmente, verso di te… proprio te, che hai chiesto aiuto! E riesce a farlo in men che non si dica. Se è proprio costretto a fare, cerca la scorciatoia, la via più semplice, quella che implica meno sforzo.

E io?

Mi sento in trappola. Qualcuno lo chiama sequestro emotivo. E per il senso di responsabilità verso di me e verso gli altri, inizio a FARE. Rischiando anche di fare troppo e di fare male.

 Perché in fondo io penso che fare, impegnarsi, ingaggiarsi per il bene di qualcosa o di qualcuno, o di se stessi, sia la cosa più bella… che si possa fare.

Perdere tempo per me è inconcepibile rispetto alla brevità della vita, alla possibilità di fare grandi cose per sé e per gli altri. Al senso di responsabilità verso il far parte (di un progetto, di un sistema, di un percorso, di un gruppo). Qualcuno la chiama responsabilità del contributo. Qualcun’altro la chiama corresponsabilità.

Tutte parole che richiamano espressamente il loro contrario: il concetto di ACCIDIA. Se ne parla sempre poco, quasi fosse un tabù. Nel lessico post-moderno, il termine accidia è sinonimo di noia e vita depressa, indica lo scoraggiamento, l’abbattimento e la stanchezza del fare. Lascio da parte il significato etico e religioso del termine, per cui l’accidia è un vizio capitale. Questa prospettiva non mi interessa. Mi interessa invece quella psicologica: l’accidioso è caratterizzato da un’anomalia della volontà. L’accidia è l’avversione all’operare, mista a indifferenza, che indica mancanza di dolore e di cura: uno stato caratterizzato da inerzia, spesso associata a una vita puramente contemplativa, noiosa e annoiata. Si parla ogni tanto oggi di accidia sociale: l’indifferenza cronica anche di fronte a catastrofi, disagi, problemi altrui. Quel senso di pigrizia che ci assale e che ci lascia emotivamente indenni anche di fronte a immagini che raccontano sofferenza e distruzione.

…in sintesi. Tra tanti che pensano e pensano, ce ne sono alcuni che fanno. Questo li espone a un’altissima probabilità di errori e a una altissima probabilità di essere criticati e giudicati. Ma anche ad una altissima probabilità di ottenere risultati. Anche importanti.

P.S. Questo è un Post che sa di Pamphlet, forse un po’ amaro, ma molto sincero… che viene spontaneo in un periodo di bilanci, da un anno denso, ricco di incontri e di esperienze, anche sui generis. Una riflessione molto personale, certamente assai liberatoria


Alessandra Della Pelle

Between (un po più di 35 anni, ma non diciamo quanto), due figli, un marito (molto paziente) e una passione smodata per Contatto Formazione (di cui sono socio fondatore e partner). Sono una donna imprenditore (con tutti i connessi oneri e onori), che porta la sua esperienza personale sul tema dell'inclusione (e della non inclusione) nei contesti professionali (e non solo). Sto lavorando da qualche anno allo sviluppo delle competenze (individuali e di relazione) di tipo social e digital del professionista 3.0, con gli occhi sempre aperti sul futuro e orientati alla generazione di novità. Per lavoro (in particolare) progetto e metto in pista format esperienziali (con in testa una priorità: la formazione e lo sviluppo delle persone). Ho un vizio: faccio un uso smodato delle parentesi (ma per me gli incisi nella vita sono importanti).

Commenti

  1. Cara Alessandre, non ti conosco e non so cosa fai , ma ti assicuro che la tua ” lettera ” e’ stata MUSICA per le mie orecchie e simile al mio modo di pensare . Sono stato anch’io così quando lavoravo e lo sono tuttora da pensionato. Tra l’altro cerco , in qualita’ di terremotato di Norcia, di ” incalzare ” (” fargli sentire il fiato sul collo ” ) i miei interlocutori che gestiscono le varie fasi della ricostruzione . Adesso siamo alla fase container collettivo per passare poi ( spero presto !!) alla installazione delle casette ,per finire ( chi sa’ quando ? )alla fase della ricostruzione vera e propria. Tra l’altro in qualita’ di manager di multinazionali americane e tedesche ho sempre sostenuto che il difficile non e’ FARE bensì il FAR FARE , cioe’ raggiungere gli obiettivi attraverso il lavoro degli altri….e tra i vari segreti per far fare il primo era sicuramente MOTIVARE le persone che lavoravano con te. Adesso e’ piu’ difficile visto che gli interlocutori sono funzionari pubblici dove il ” senso dell’urgenza” e’ ZERO……. Basta altrimenti rischio di scrivere un commento piu’ lungo della tua lettera.
    saluti
    ing pierfelice ficeli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *