La “Presence”

La “Presence”

Cos’è e come si sviluppa

 

La “Presence”, tanto difficile da definire, facile da riconoscere…

Partiamo da alcune definizioni riportate da wordreference :

  • the fact of being present:  presenza fisica di persona o di una cosa;
  • the vicinity of a person: vicinanza;
  • one’s appearence and behaviourapparenza, comportamento.

Riflettiamo sulla prima definizione presenza fisica (esserci). Se siamo in una stanza con altre persone o in una riunione di lavoro, gli altri rileveranno la nostra presenza, e in pochi istanti metteranno a fuoco qualcosa di noi:  il nostro abbigliamento o la nostra altezza, la nostra forma fisica, il colore della nostra pelle o dei nostri capelli o tutte queste cose insieme.

Le persone hanno immediatamente una specifica impressione di noi, come scrive Luigi Centenaro nel suo libro Personal Branding: “Negare l’esistenza di un brand personale è negare la normale pratica di riconoscere e definire l’altro”. Appena un individuo interagiste con un altro, lo etichetta e lo classifica in una determinata categoria personale. E’ il modo in cui funziona il nostro cervello impostato per riconoscere gli schemi, prediligere le similitudini, ricordare le differenze: comunque vada, le persone ti identificano attraverso una definizione, utilizzando uno o più schemi propri.

Ma di questo, forse, molti sono consapevoli. Quello che è meno noto è se ciò che gli altri pensano di noi sia positivo o negativo, quanto la percezione che hanno influenzerà la relazione che stabiliranno con noi. Ancor meno noto, è cosa facciamo noi, nello specifico, per generare queste impressioni.

Consideriamo a questo punto la terza definizione di presenza, intesa come apparenza, comportamento.

Avete mai incontrato una persona con qualità e attitudini che vi hanno immediatamente attratto? Il termine “presence” descrive questo tipo di attrazione. La “presence” è tipica di chi riesce ad ottenere attenzione semplicemente per come è e per come si relaziona alle persone.

Pensate a campagne politiche in cui il candidato ha tutte le carte in regola (tecnicamente parlando), ma perde le elezioni contro chi, oltre a possedere i requisiti giusti, trasmette agli elettori un senso di fiducia. Cose simili accadono anche per le promozioni all’interno delle aziende e per le selezioni dei consulenti: le selezioni sono spesso basate su qualità che vanno oltre il semplice “saper fare” il proprio lavoro. Le persone selezionate sono solitamente in grado di creare un clima di fiducia e di collaborazione,hanno presence”.

La “presence” non è una qualità innata che si ha o meno, bensì un set di comportamenti concreti, per lo più non verbali, che portiamo nelle situazioni in cui ci troviamo, che ci permettono, se sviluppati, di suscitare attenzione e ispirare gli altri. La Scuola di Palo Alto, nelle persone di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e altri colleghi, ha proposto la definizione di funzione pragmatica della comunicazione, in base alla quale si può affermare che all’interno di un qualsiasi sistema interpersonale (come una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una diade terapeuta-paziente), ogni persona influenza le altre con il proprio comportamento ed è parimenti influenzata dal comportamento altrui. Qualsiasi comportamento in situazione di interazione tra persone è ipso facto una forma di comunicazione. Di conseguenza, quale che sia l’atteggiamento assunto da un individuo (poiché non esiste un non-comportamento), questo diventa immediatamente portatore di significato per gli altri: ha dunque valore di messaggio.

Quindi la domanda che possiamo porci, per diventare più consapevoli di cosa facciamo per guadagnarci “l’etichetta”–“brand” che l’altro ci attribuisce, è : “cosa” con  il nostro  portamento, stile, energia, mood, qualità, aspetto, look, atteggiamento, outfit stiamo dicendo (comunicando) di noi?

Spesso, in qualità di coach, sono ingaggiata da donne che hanno appena assunto un ruolo executive, e mi chiedono di aiutarle a sviluppare/aumentare la propria “executive presence”.

Per cominciare, cerchiamo di identificare insieme quel set di comportamenti/atteggiamenti che compromettono la loro “executive presence”. Per esempio: una camminata veloce, una postura curva in avanti così da occupare poco spazio, una comunicazione verbale esitante con un tono di voce basso, uno sguardo evitante, un look da “maestra rigida” o da “la superoperativa”… ebbene sì, come scriveva Virginia Woolf, per quanto sembrino cose di secondaria importanza, la missione degli abiti non è soltanto tenerci caldi: essi cambiano l’aspetto del mondo ai nostri occhi e cambiano noi agli occhi del mondo.

Insomma, come agisci, come comunichi, come appari, sono i tre elementi essenziali della “presence”.

Dopo la fase della consapevolezza cominciamo a lavorare al nostro piano d’azione, mettendo a fuoco cosa modificare e come.

Per sviluppare la “presence occorre partire dalla conoscenza di se stessi, per poter trasmettere sicurezza e sensazioni positive alle persone con le quali interagiamo.

Vediamo come…

Per iniziare, cominciate a rispondere a queste domande:

  • come valuto il mio livello attuale di “presence”?
  • come reagiscono le persone alla mia “presence”?
  • cosa provo ad essere a contatto con la gente?

Poi allenatevi a:

  • Ascoltare il vostro corpo. Imparate a prestare attenzione alle vostre sensazioni fisiche, al vostro respiro. Essere pienamente in contatto con il proprio corpo ci aiuta ad acquisire consapevolezza della nostra presenza.
  • Usare il linguaggio del corpo. Lavorate dall’esterno per avere più consapevolezza dei messaggi che manda il vostro corpo. Per esempio, per trasmette maggiore autorità pensate di essere “un re o una regina” e camminate a testa alta.
  • Riflettere sulle vostre abitudini. Identificate quelle cose che fate in modo ricorrente e chiedetevi perché le fate. Spesso quelle abitudini hanno radici profonde.
  • Fate pratica. Cercate di ottenere onesti feedback sulla vostra “presence”, chiedete alle persone che vi conoscono o a un mentore, quali sono secondo loro le vostre qualità positive e negative.
  • Guardare le persone negli occhi. Mantenere il contatto visivo migliora la connessione e l’interazione con l’altro.
  • Essere calmi. La calma è la base della “presence”. Rimanere calmi in situazioni di forte pressione ci fa apparire equilibrati.
  • Curare il vostro look. Dedicate un po’ di tempo alla scelta dei giusti abiti da indossare per un incontro di lavoro, un pranzo con un cliente, un appuntamento con un fornitore.

Allora quando cominciate… a lavorare  sulla vostra “presence”?

 

 

 

 

 

 


Adriana De Pasquale

Senior Coach & Trainer, Consulente di Business Etiquette e Impression Management. Esperta di comunicazione e relazioni interpersonali, aiuto persone e gruppi aziendali a sviluppare risorse e talenti, a mettere a fuoco gli obiettivi di crescita e cambiamento e a costruire relazioni di successo personali e professionali. Ho maturato un’esperienza aziendale pluriventennale, di cui 10 anni nel Gruppo Finmeccanica, occupandomi della realizzazione di progetti finalizzati allo sviluppo delle competenze manageriali e relazionali. Il senso del mio lavoro è quello di favorire l’espressione massima della “presence” delle persone, rendendole consapevoli dei comportamenti che influenzano la percezione degli altri, creano impatto e favoriscono il loro successo. Il mio motto: "Produrre un cambiamento positivo e renderlo visibile" Il mio stile: un atteggiamento sfidante, ma empatico nel coinvolgere i miei clienti in un percorso mirato e stimolante.

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