HAI UN MOMENTO DIO?

HAI UN MOMENTO DIO?

 

Cantava Luciano Ligabue nel 1995.

Alla stessa domanda, oggi Lui forse risponderebbe: “Guarda, è un periodaccio, appena ho un momento mi faccio sentire io”.

Nella mia vita di trainer incontro ogni giorno decine di persone. A volte mi capita di domandare dove vorrebbero essere e cosa vorrebbero fare fra dieci anni, e la risposta che sempre più spesso ricevo è:

 “Vorrei semplicemente avere più tempo”.

Da quanto osservo, viviamo in un costante e caotico affanno. Ci sembra sfuggire ogni istante, come se non riuscissimo ad afferrarlo. Fino a perdere il piacere delle cose.

Eppure.

Eppure poco meno di cento anni fa John Maynard Keynes – padre della macroeconomia –  prometteva che “i nostri nipoti lavoreranno tre ore al giorno, e probabilmente solo per scelta”.

Il progresso economico e tecnologico aveva già ridotto l’orario di lavoro considerevolmente, e non c’era alcun motivo per credere che questa tendenza non sarebbe continuata.

Tanto che gli psicologi sociali avevano iniziato a preoccuparsi: “E con tutto questo tempo libero cosa mai farà la gente?”.

The final countdown

Perché le persone sentono di avere sempre così poco tempo?

Almeno tre i fattori in gioco.

  1. Il tempo è denaro

Non c’è tempo da perdere.

Da quando il primo orologio è stato utilizzato per sincronizzare il lavoro nel diciottesimo secolo, il tempo è stato inteso in relazione al denaro. E se le ore sono quantificate economicamente, la gente si preoccupa che queste siano utilizzate con profitto, e guai a sprecarle.

Più opulente sono le società, più grandi e ricche sono le città, maggiore è il valore che viene assegnato al tempo. Il ritmo della vita nei paesi ricchi è più veloce di quelli poveri.  I newyorchesi sono più frettolosi rispetto agli abitanti di Mogadiscio, i pedoni di Londra camminano più veloci rispetto a quelli de L’Havana. Le persone si sentono in dovere di usare proficuamente il tempo, e alla fine il tempo libero finisce per essere percepito in maniera quasi stressante (“Ommioddio, sto perdendo tempo, devo trovare qualcosa di utile da fare subito”).

  1. Sta meglio chi sta peggio

Oggi i professionisti spesso hanno più probabilità di lavorare per molte ore, che non i coetanei meno istruiti o meno abbienti.

Pranzi divorati alla svelta alla propria scrivania, con un occhio alla casella di posta elettronica. E anche quando si lascia finalmente l’ufficio, il lampeggìo o cinguettio regolare degli smartphone ricorda garbatamente che il lavoro non è (mai?) finito.

I lavoratori con profili medio-alti sono più propensi a identificarsi con la propria carriera. Avere un lavoro impegnativo può essere una fonte di prestigio, oltre che di quattrini.

E così, se nei secoli scorsi il segno d’onore distintivo tra i benestanti è stata la lentezza, oggi essere schiacciati dalle lancette d’orologio è diventato per molti un indicatore di status sociale, qualcosa da rivendicare con orgoglio, un segno di benessere finanziario.

Senza dimenticare che anche i professionisti oggi vivono una maggiore sensazione di precarietà del lavoro, e temono il futuro. E questo può tenere le persone a lavorare nei propri uffici a tutte le ore.

Anche perché, diciamocelo francamente, da parte di molti vertici aziendali il tempo trascorso alla scrivania dai propri collaboratori è spesso visto come un segno di produttività e fedeltà. Così chi arriva per primo la mattina e se ne va per ultimo la sera viene premiato, o almeno salvato dai tagli del personale.

  1. Il paradosso della scelta

Il benessere ci ha regalato la possibilità di scelta. E quando ci sono tanti modi per riempire il proprio tempo, è naturale desiderare sempre di più, e sempre qualcosa di diverso.

Maggiore è la scelta, maggiore è lo stress. A tal proposito, consiglio questo video, per me illuminante; se non hai tempo (!) di vederlo tutto, salta alla metafora finale del pesce rosso al minuto 18’30’’.

Abbiamo capacità pressoché illimitate di soddisfare desideri, e questo ci provoca impazienza e irrequietezza, perché mentre soddisfiamo un desiderio pensiamo a quante altre cose potremmo fare nello stesso momento!

Abbandoniamo siti web se ci mettono 250 millisecondi di troppo rispetto a quanto ci aspettavamo; abbandoniamo un video online se ci vogliono più di cinque secondi per caricarlo.

Moriremo di fretta?

Dipende da noi.

Nel prossimo articolo, tratterò il tema dello smart working e della gestione del tempo.

Ma nessuna tecnica, nessun metodo, nessuna flessibilità aziendale ci può salvare se non abbracciamo prima un cambio di prospettiva.

Duemila anni fa Seneca non si capacitava di quanto poco valore le persone attribuissero alle proprie vite nel corso dell’esistenza. Vite vissute in modo frenetico (chissà cosa avrebbe detto oggi…), tese in una costante ricerca di cose insignificanti e “ladre” di tempo.

Le persone sono molto parsimoniose rispetto a proprietà e beni materiali, ma quando si tratta di Tempo sono pronte a sprecarlo”, scriveva nel “De brevitate vitae”, forse il primo libro di time management della storia.

Il tempo a disposizione sulla terra è incerto e fluttuante, ma quasi tutti abbiamo abbastanza tempo per regalarci un pensiero profondo,  una giornata di nulla, o fermarci a sentire il profumo di un fuoco.

La vita è lunga se sai come usarla” (Seneca).

(liberamente ispirato a “Why is everyone so busy?”, The Economist)


Alessandro Principali

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