Elogio dell’Insuccesso. Lo hai mai invitato a cena? 

Elogio dell’Insuccesso. Lo hai mai invitato a cena? 

Benvenuto, accomodati. Siediti a tavola e bevi un bicchiere di buon vino con me. Come stai? Sei occupato in questo periodo? Hai insegnato qualcosa di nuovo ultimamente? Qualcuno ti ha accolto con ospitalità?

Immaginiamo di invitare una sera a cena il nostro più grande insuccesso. Proviamo a farlo accomodare con noi, ad instaurare un dialogo con lui, come fosse una persona che ci può insegnare moltissimo. Eh già, perché, spesso, nella realtà lasciamo le sedie più comode e prepariamo i piatti più succulenti solo per i nostri successi. Quanto ci piace ricordarli? Quanto amiamo che gli altri commensali della nostra vita li riconoscano e ce li riconoscano? La celebrazione di un successo è però un’esperienza effimera: dopo poco tempo, non ci basta più sapere che siamo riusciti ad ottenere qualcosa, non ci toccano più le persone che si complimentano con noi; subito dopo, ci viene fame di un nuovo successo.

E quanto ci piace allo stesso modo fare lamentazione per i nostri insuccessi? Quanto ci piace piangere sul latte che abbiamo inconsapevolmente (o consapevolmente) versato? Ci lecchiamo le ferite ricercando comprensione. A volte, ci sentiamo meglio, se riusciamo a identificare un responsabile di quelle ferite, qualcuno che si è accanito contro di noi e che ci ha procurato un danno. Il nostro insuccesso era necessario, non c’era altro modo, non avevamo scampo… Sono i pensieri auto-curanti, che ci salvano dalla secca e pura consapevolezza di avere semplicemente commesso un errore. Ammettere di avere sbagliato.

Faccio un ragionamento. Riparto dalle parole. Insuccesso. Cerco i Sinonimi: errore, esito negativo, fallimento, fiasco, smacco, sconfitta, disfatta. Insuccesso. I Contrari: successo, vittoria, trionfo. Cavolo, è insita nelle parole la tendenza a celebrare i successi e a nascondere gli insuccessi… La disfatta in sé, ad esempio, comporta la ritirata, mentre il trionfo chiede di essere celebrato per definirsi tale.

L’inglese Tim Harford, definito dai più come l’economista comportamentale della contemporaneità, parla di insuccessi o errori costruttivi, che sono necessari per crescere, accettando la possibilità di non farcela al primo colpo, in ogni campo, nella vita privata e nel lavoro. Trovare gli errori e trasformarli in qualcosa di buono è secondo lui un’abilità chiave per raggiungere il successo nel mondo moderno. In un certo senso Tim Harford rovescia la logica, definendo il successo come il frutto del suo contrario: il successo viene dagli errori. Tre sono secondo lui gli ostacoli all’utilizzo costruttivo degli errori.

Non allontanarsi dalla massa, conformandoci al… conformismo e non dicendo realmente quello che pensiamo. Secondo l’economista, l’autenticità e la sincerità sono cruciali per commettere un errore costruttivo: probabilmente in questi tentativi sbagliamo, diciamo o facciamo cose sbagliate, ma aver detto/fatto qualcosa di diverso dagli altri, è già un atto che contribuisce ad elevare il livello della discussione”.

Ricercare feedback deboli, assecondando i nostri comportamenti auto-assolutori. Le persone non parlano con sincerità degli errori commessi, ci si dice a vicenda che si sta facendo un ottimo lavoro. Bisogna invece secondo lui essere determinati nel cercare feedback sinceri. Harford esclude ogni differenza tra feedback positivo o negativo: la soluzione migliore è, sempre, dire e farsi dire qualcosa di preciso come ad esempio: “Cosa esattamente va cambiato?”. Niente di negativo o di positivo, ma solo evidenziare un errore costruttivo.  

Avversione alla sconfitta, l’ostacolo più importante che dipende dal “nostro modo di reagire quando abbiamo combinato un disastro”. Il Nobel per l’economia Daniel Kahneman ha identificato un tratto noto negli esseri umani come “l’avversione alla sconfitta”, che si manifesta con un’ansia sproporzionata nel “divario tra vittoria e sconfitta”. Le parole di Harford sono chiarissime: Tendiamo a suddividere tutta la realtà in giochi nei quali stiamo vincendo e giochi nei quali stiamo perdendo, e quando stiamo perdendo ci rifiutiamo categoricamente di fermarci. Perché se ci fermassimo, questo vorrebbe dire ammettere che abbiamo commesso un errore”. Come fare? Ponendoci una domanda: “Siamo intrappolati in un circolo vizioso, a causa del nostro rifiuto di ammettere che abbiamo commesso un errore e che dovremmo fermarci e uscire dal gioco?”. E dandoci una risposta sincera, appunto. Difficile eh, ma non impossibile…

Ora faccio un salto con la mente, torno al sogno, provando a definire una strategia di accoglimento degli insuccessi. E se si potessero  celebrare al contrario? Invitiamoli a cena. Dialoghiamo con loro. Facciamoci spiegare meglio chi siamo e come siamo. Facciamoci dire chi non vogliamo essere più e chi invece vogliamo diventare. Chiediamo loro di farsi vedere in tutte le sfaccettature, meglio se cocenti e fastidiose. Chiediamo loro di presentarsi insieme a tutti i problemi e a tutte le difficoltà che li hanno generati, anche se dentro di noi questo potrebbe causare un grande caos, una dolorosa baraonda di pensieri ed emozioni. Sono incontri molto difficili, ma generatori di rivoluzioni interiori. Sono quei momenti fondanti della nostra vita: le occasioni da non perdere per fare manutenzione di sé, ridefinire i contorni dell’immagine che abbiamo di noi stesi, rivedendo valori e progetti di vita.

A pensarci bene, le implicazioni di un discorso intangibile come questo, a tratti filosofico o spirituale, nella vita reale sono molteplici. Nelle relazioni di coppia, si possono utilizzare i momenti critici come occasioni per rinforzare la relazione. Con i figli, accogliere le difficoltà dei figli verso i genitori e dei genitori verso i figli come possibilità di crescere più consapevoli. In azienda, tollerare gli errori, propri e altrui, e non ricercare il colpevole per stigmatizzarlo. Nella società, non rimboccarsi le maniche solo dopo un disastro, fare di tutto per evitarlo.

Ma non è facile. Ci vuole una grande motivazione. E anche una grande paura di rimanere uguali a se stessi, di non evolvere mai, di incrostarci nei nostri modelli consolidati d’azione e di pensiero. Motivazione e Paura, gli ingredienti per un incontro speciale con i nostri errori.

A questo punto, buon Insuccesso a tutti…

P.S. Perché a cena? Per addormentarsi subito dopo, con una buona strategia per affrontare una nuova giornata piena di errori!


Alessandra Della Pelle

Between (un po più di 35 anni, ma non diciamo quanto), due figli, un marito (molto paziente) e una passione smodata per Contatto Formazione (di cui sono socio fondatore e partner). Sono una donna imprenditore (con tutti i connessi oneri e onori), che porta la sua esperienza personale sul tema dell'inclusione (e della non inclusione) nei contesti professionali (e non solo). Sto lavorando da qualche anno allo sviluppo delle competenze (individuali e di relazione) di tipo social e digital del professionista 3.0, con gli occhi sempre aperti sul futuro e orientati alla generazione di novità. Per lavoro (in particolare) progetto e metto in pista format esperienziali (con in testa una priorità: la formazione e lo sviluppo delle persone). Ho un vizio: faccio un uso smodato delle parentesi (ma per me gli incisi nella vita sono importanti).

Commenti

  1. Mi è piaciuto tantissimo l’argomento trattato per come è stato esposto in modo davvero originale.

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