Donne che…

Donne che…

Equilibrismo tra gli opposti… per andare oltre le definizioni

In quanti modi si può essere Donna “al lavoro”? Cosa significa “professionalità al femminile”? 

Una domanda non semplice alla quale dare risposta, ma con la quale mi capita spesso di confrontarmi… Proverò a ragionare insieme partendo da me, con la speranza che gli spunti possano essere utili ad altri.

LA PREMESSA 

Sono una donna di 42 anni.

Ho fatto della mia passione il mio lavoro.

QUINDI

Sono una professionista donna!

O sono una donna professionista?

O sono una donna e una professionista?

Diciture… direte voi! Etichette! Modi di dire.

Ma le parole danno senso alla nostra realtà! Costruiscono immagini… convinzioni che modellano i nostri atteggiamenti e incidono sui nostri comportamenti.

Proviamo a vedere come:

1. Una professionista donna…

Se mi definisco (o mi definiscono) una professionista donna l’accento è marcatamente sulla dimensione “professionista”! Questo accade (ahimè), spesso in quei contesti dove “come donna” bisogna guadagnarsi con grande fatica la credibilità e l’autorevolezza…

E cosa comporta? Nella mia esperienza, in questi casi mi capita di rinunciare alla parte più femminile di me, in favore di un ruolo connotato secondo modelli “maschili”.

Per dirla in parole semplici? Concedo spazio (in modo esclusivo) all’immagine di donna forte, capace e determinata… che non fa mai male, ma che rischia di togliere “ossigeno vitale” ad altre sfumature.

2. Una donna professionista…

Se mi definisco (o mi definiscono) una donna professionista? Beh, in questo secondo caso l’accento è, in maniera diametralmente opposta alla prima opzione, sulla dimensione “donna”. Questo accade quando? Quando essere donna diventa una “credenziale” essenziale e utile…

E cosa comporta? È probabile che in questo caso le persone si aspettino da me che io mi comporti da “donna”… o per dirla meglio, che io risponda a una visione di donna coerente con lo stereotipo che “assegna” alle donne comportamenti pro-comunitari (accudimento, aiuto, interesse…).

3. Una donna e una professionista…

Eccoci all’ultima casistica… quella che preferisco! Sono una donna e una professionista. Perché la preferisco?

  • Utilizza la congiunzione “e” che mette insieme “pezzi” e definizioni;
  • Integra, ma al tempo stesso non “sovrappone” due concetti che vivono di vita autonoma;
  • Dà pertanto modo di esprimere tutta la ricchezza e la complessità di “essere me”.

Questo accade quando?

Probabilmente quando smetto di definirmi e quando lo fa anche chi sta intorno a me.

…quando una caratteristica smette di essere descrittiva della persona;

…quando non ho bisogno di etichette ma sento che posso semplicemente “essere”.

E cosa comporta?

Per me significa riuscire a donarmi la possibilità di esprimere con pienezza l’essenza di me e della mia professionalità, trovando di volta in volta l’equilibrio migliore.

PER CONCLUDERE…

Un interessante contributo per capire meglio cosa si intenda quando si parla di stereotipi di genere, è quello della sociologa della comunicazione e della cultura Gabriella Priulla, secondo la quale questo tipo di stereotipi tende a contrapporre in modo antitetico caratteristiche “fondanti” di donne e uomini.

Tre esempi…

  • RAZIONALITÀ vs EMOTIVITÀ: un uomo è “razionale”, mentre una donna è senza dubbio più “emotiva”! Chi l’ha detto? Conosco uomini che si commuovono di fronte ad un tramonto e hanno comportamenti irrazionali… e donne con una elevatissima capacità di autocontrollo, efficacia, efficienza, competenza;
  • FORZA vs GRAZIA: forza, coraggio, decisione sono caratteristiche “virili”, mentre delicatezza, dolcezza e tenerezza sono tipicamente “femminili”. Anche in questo caso potrei portare numerosi esempi di “anomalie”;
  • INDIPENDENZA vs INTERDIPENDENZA: autonomia di pensiero e controllo delle situazioni sono associate spesso all’uomo, mentre al contrario alla donna viene attribuita una maggiore necessità di protezione… Mah…!

Perché questo tipo di stereotipi diventa disabilitante? Fondamentalmente perché rinchiude la persona in categorie rigide e fisse, che definiscono ciò che è ed anche ciò che dovrebbe essere… e quindi perché fa perdere il contatto con la ricchezza propria di ogni essere umano, fatto di distintività e potenzialità uniche.

E allora?

Alla domanda iniziale risponderei: “Esistono infiniti modi di essere donna” e di vivere la “vita professionale al femminile”… Il trucco è trovare di volta in volta la strada dell’integrazione dei tanti “pezzetti” che ne ricompongono il senso e il significato, per riuscire ad andare oltre le semplificazioni collegate agli stereotipi.

E secondo te? Qual è la tua esperienza?


Alessandra Matere

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