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Competenze del Professionista 3.0 – #3 Simplexity

SIMPLEXITY. Organizzazione della complessità, per individuare soluzioni semplici a problemi apparentemente complessi

Tendenti alla complessità, preoccupati del futuro, ansiosi per le grandi enfiagioni post-moderne: dall’instabilità del mercato alla precarietà del lavoro, dalla caduta dei valori tradizionali fino alla crisi della convivenza sociale. E scusate se è poco. Lo dice anche Z. Baumann, nell’ultimo think tank promosso da ResetDoc agli Istanbul Seminars 2016, quando inizia a parlare di spettro dell’uomo forte e della donna forte come frutto delle ansie e delle paure che ci tormentano oggi. Tutto è complesso. Anche al supermercato. L’infinita varietà di opzioni rende difficile anche la scelta di una scatoletta di tonno. C’è quella al naturale, quella in olio d’oliva. E poi quella senza conservanti, e poi quella a km zero e poi quella biologica. Aiuto.

E poi, diciamoci la verità, a noi italiani piace abbastanza complicarci la vita. Tendiamo alla discussione, meglio se animata, piuttosto che all’azione silenziosa, risoluta e risolutiva. Non possiamo vantarci di essere un popolo di “concreti a tutti i costi”. Infatti il neologismo Simplexity non è affatto di matrice nazionale!!! Trovare soluzioni semplici a problemi complessi, questa è la definizione, è un’abilità tutta da acquisire o sviluppare. Eh già, ma come è possibile trovare una soluzione semplice ad una situazione complicata? SEMPLICE, mettendo da parte pericolose aspettative come “risolvo una volta per tutte”, “ora o mai più”, “non voglio pensarci una seconda volta”… Pericolose perché innalzano molto le attese di riuscita in noi e negli altri e poi, nel 99% dei casi, le deludono. In sostanza, spararla grossa, decantandosi risolutori di grande portata, non funziona, non ha mai funzionato: le aspettative diventano tanto alte, quanto difficili da sostenere. E questo vale sempre, in tutti gli ambiti della vita, personali e professionali. Il metodo del piccolo passo o della goccia cinese funziona molto meglio, ma richiede costanza, tenacia e perseveranza. Domanda potente: ci sentiamo (o meglio, siamo) costanti, tenaci e perseveranti? Sob!?!

Una salvezza c’è. Come sviluppare la propria capacità di fare SIMPLEXITY? Con le 3 S.

SEPARARE: il primo approccio ecologico alla complessità è la sua frammentazione. Se separiamo i livelli, dividiamo le prospettive di analisi, frazioniamo i problemi, tutto ci sembrerà più sostenibile, più tollerabile dentro di noi. E non è una questione di forma, bensì di sostanza. Pensate a un problema, uno grande e grosso che vi dà pensieri… Pensato? Bene. Ora fate in modo di dividerlo in minimo 3 parti. Come? Non so quale possa essere il criterio, definite il vostro. Io ne uso due. Il primo è quello temporale: primo pezzo, ciò che va risolto subito, ciò che va gestito subito dopo e ciò che va preso in carico in futuro (o meglio, per il futuro). Il secondo criterio è quello di difficoltà: primo pezzo, quello che mi costa di meno (soprattutto emotivamente), quello che mi costa abbastanza e quello che mi costa molto (troppo). Non sono né giusti, né sbagliati, sono i miei criteri. Scegliete il vostro. L’importante è separare. Dividere. Tagliare. Spaccare. Frantumare. Rompere. La complessità non è come il vetro che, se rotto taglia. E’ come l’ovatta, che se è tutta intera ti soffoca, se è divisa in fiocchi ti fa divertire. Li puoi far volare…

SCEGLIERE: il secondo approccio alla complessità è la scelta. Tra la fase in cui pensiamo di dover agire in un certo modo e la fase in cui effettivamente agiamo, ce n’è una terza, di grande valore, ma anche di grande fatica: scegliere cosa fare. Bene, chi non è orientato alla simplexity sosta molto nella fase intermedia, a volte a ragione, a volte a torto. Risultato? Nessuno, a parte un po’ di torcicollo, con annessi rimuginii e ruminazioni mentali. Per approcciarsi ai problemi in modo semplice, è necessario fare piccole scelte, continuamente, senza tentennare in modo eccessivo. Piccole scelte che non creano troppo danno, ma che ci danno la sensazione di fare, ogni volta, un passo avanti. Altrimenti i buoni effetti della separazione svaniranno.

Quindi: piccoli pezzi, piccole scelte. E infine?

SOSTENERE: il terzo approccio alla complessità è il sostegno. Questa parola si può leggere in diversi modi. Di fronte alla complessità, se la percepiamo come troppo complessa per noi, c’è bisogno di cercarsi un sostegno. Avete letto bene: cercarsi. La ricerca di un sostegno è una responsabilità di chi ne ha bisogno: non possiamo pretendere di essere aiutati, se non lo chiediamo. E se non scegliamo il sostegno giusto, la responsabilità, ahimè, è sempre la nostra. Sostegno, però, si può interpretare anche alla rovescia: è possibile che tocchi a noi, una volta, essere il sostegno per qualcun altro. Nel mutuo soccorso, se qualcuno chiede un sostegno alla gestione delle sue complessità, sappiamo bene a questo punto cosa va fatto: sostenerlo nell’azione di separazione e scelta. Sostegno ha anche un altro significato, il terzo. Bisogna sostenere le proprie soluzioni, anche se sono parziali (perché abbiamo separato) e anche se sono personali (perché abbiamo scelto). Sostenere le proprie soluzioni significa fidarsi di loro, argomentarle e andarne fieri. Ovviamente, fermandoci un filino prima di sembrare e fare gli ottusi.

Amici e amiche forti e fragili, quindi, separate, scegliete e sostenete. Questo è un metodo infallibile per fare simplexity.

P.S. A proposito, il neologismo è stato coniato da un architetto e designer cosmopolita, Ora-ïto, che ha inventato soluzioni semplicissime per risolvere problemi assai complessi. Come riciclare forchette usate e con i rebbi deteriorati? Semplice, trasformandole in un appendiabiti di design. Come riciclare una pen drive (quelle di una volta, con il led rosso da una parte)? Semplice, ne ha accumulate tante e ha creato una lampada a led rossi. Ma questi sono solo alcuni esempi… In sintesi, la simplexity è un approccio al design che ho mutuato e trasformato in una filosofia di pensiero e in un approccio alla vita.

P.S. 2 Pare funzioni. Pare


Alessandra Della Pelle

Between (un po più di 35 anni, ma non diciamo quanto), due figli, un marito (molto paziente) e una passione smodata per Contatto Formazione (di cui sono socio fondatore e partner). Sono una donna imprenditore (con tutti i connessi oneri e onori), che porta la sua esperienza personale sul tema dell'inclusione (e della non inclusione) nei contesti professionali (e non solo). Sto lavorando da qualche anno allo sviluppo delle competenze (individuali e di relazione) di tipo social e digital del professionista 3.0, con gli occhi sempre aperti sul futuro e orientati alla generazione di novità. Per lavoro (in particolare) progetto e metto in pista format esperienziali (con in testa una priorità: la formazione e lo sviluppo delle persone). Ho un vizio: faccio un uso smodato delle parentesi (ma per me gli incisi nella vita sono importanti).

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