Ci chiamavano Jeeg Robot

Ci chiamavano Jeeg Robot

Perché la trasformazione che ci serve è più mentale che digitale

 

Chi ha paura dei superpoteri?

 

Pagine scolorite e milioni di appunti a matita ai bordi del foglio.

Qualche giorno fa mi sono piombati addosso (proprio fisicamente intendo) i libri dell’università, nel mezzo di un trasloco. Bisognerebbe fare più traslochi, si ritrova della roba entusiasmante. Ma questo è un altro tema.

Inizia l’era dell’informazione?”, “Un mondo di internet”, “Usabilità di un sito web”. Uau.

Mi è scappato un sorriso. Qualche anno fa li avevo divorati come Bibbie profetiche, ora sembravano usciti dalla credenza di mia nonna, insieme alle caramelle rosse Rossana.

La rapidità esponenziale delle trasformazioni degli ultimi 15 anni non ha eguali nella storia umana (mi fa pensare alla storiella dei granelli di riso, che vi consiglio di ascoltare qui dalla bocca di Andy McAfee).

Tutte le aziende sono state investite da quest’onda, alcune sono morte annegate, altre sono fiorite, altre non avrebbero mai potuto nascere se non grazie all’onda stessa.

Quando leggevo quei libri avevo un piercing al sopracciglio, meno barba e molti più capelli.

Non frequentavo le aziende, le studiavo e basta. Oggi continuo a studiarle, e in più ci vivo, da consulente e trainer, dopo averci vissuto per anni da dipendente. E le persone che incontro nelle aziende mi fanno domande, me le pongono i manager e i collaboratori – “Cosa dobbiamo aspettarci?”.

La domanda che ricevo più spesso è – “La tecnologia si porterà via il mio lavoro?

Potrei rispondere secco – “Vedi amico mio, la vita va così, i tempi cambiano e cambia anche il tuo lavoro; la tua azienda per come la conosci sta per scomparire, ma bisogna andare avanti e non guardarsi indietro. Pace a te”.

Sarebbe una risposta cruda ma non del tutto disonesta, se è vero che nei prossimi 5 anni 4 società su 10 falliranno o perderanno la loro leadership di mercato a causa della digital disruption. Chiedetelo a Kodak.

(Ciripiripì, momento-nostalgia, qui)

E invece no, di solito però faccio un bel respiro e tento una strada più avventurosa, iniziando a sbrodolare parolacce.

Parolacce come Digital Transformation.

E mentre lo faccio so già cosa sta per accadere.

Succede che ti trovi solo nel giro di pochi minuti, tipo la particella di sodio della nota acqua minerale. Ti senti uno di quegli squinternati che girano scalzi in piazza brandendo cartelli de “La fine del mondo sta arrivando”, mentre la gente li fissa sospettosa, infastidita, o divertita. E di fronte hai:

– L’arrabbiato: “Tecnologia e software si stanno portando via il mio lavoro, ma le macchine non potranno mai lavorare bene come faccio io!

– L’apocalittico: “Pensare che gli essere umani siano sostituiti dalla tecnologia è spaventoso e inquietante…brrr

– Il brillantone: “Dammi retta, lavoro qui da decenni, sono anni che se ne parla e siamo ancora tutti qui”.

Probabilmente un pezzetto di ragione ce l’hanno tutti e tre. Ma nessuno coglie quello che credo sia il punto centrale.

Cominciamo intanto a rispondere alla domanda di cui sopra: Sì, la tecnologia si porta via tantissimi posti di lavoro. Esattamente come la macchina da scrivere ha tolto lavoro agli scrivani e il vaccino lo ha tolto ai becchini.

Detto questo, potremmo iniziare a tirare un primo sospiro di sollievo ricordandoci che per ogni posto di lavoro perso la tecnologia ne crea 2,6 nuovi di zecca (studio McKinsey).

O potremmo dirci che comunque, anche qualora così non fosse, il problema riguarderebbe solo chi ha un lavoro oggi, non le prossime generazioni, dato che il 65% degli studenti di oggi svolgerà, grazie alla tecnologia, un lavoro che non è stato ancora inventato (Alexis Ringwald co-fondatore e Ceo di Learn Up).

Ma questi sono solo numeri, e lasciano il tempo che trovano.

L’uomo torna all’uomo

Il nodo centrale è un altro, ed è culturale: si tratta di comprendere che la trasformazione digitale è una benedizione per l’uomo.

Non è la fine dell’uomo, ma l’opportunità per riprenderci la nostra natura prima, ed esploderne i superpoteri poi.

Diamo prima uno sguardo all’uomo dentro l’impresa.

Faccio mia e riformulo la provocazione di David Bevilacqua – Davvero ti spaventa vedere macchine svolgere il lavoro degli uomini? Non ti avvilisce piuttosto vedere uomini lavorare come macchine?

E’ umano prendere un essere nato per muoversi e spostarsi, e obbligarlo a presentarsi ogni mattina in catena di montaggio (o in ufficio)?

E’ umano costringere un essere fatto per essere creativo a diventare ingranaggio di un alienante meccanismo più grande?

E’ umano pagare “a ore” un essere disegnato per inventare e costruire?

E’ umano inibire a un animale sociale ogni forma di condivisione?

La Trasformazione digitale ci restituisce l’opportunità di ritrovare la nostra natura, castrata dall’era industriale, e di esploderla: miglioramento delle condizioni di lavoro, digitalizzazione dei processi, rapidità d’azione, zero carta, maggiori performance a parità di sforzo, possibilità di lavorare ovunque, comunicazione veloce, conoscenza condivisa, decisioni basate sull’incrocio di dati prima inaccessibili (sul grande tema dei Big Data consiglio questo).

E non è finita.

Affacciamoci alla finestra e guardiamo fuori dall’azienda, dove vivono e passeggiano i nostri clienti.

Il digitale ha cambiato il modo in cui le imprese scoprono e incrociano le informazioni sui clienti, osservano le loro attività, condividono interessi, socializzano i percorsi di acquisto, orientano le proprie attività alla ricerca della comprensione dei più profondi desideri dei consumatori.

Possiamo profilare i clienti come mai prima d’ora, e disegnare intorno a loro una customer experience su misura; possiamo ripensare l’intera esperienza del cliente, compresi i punti di contatto col prodotto e col Brand; possiamo migliorare il servizio clienti e supportarli nel prendere decisioni; possiamo rivoluzionare il nostro modello di business adattandolo alle esigenze reali dei singoli clienti, e cucire loro addosso le vendite grazie al marketing predittivo (ancora, il tema dei Big Data).

Tu che puoi

Non è semplice, non sarà semplice.

Ma questa evoluzione sta progressivamente avvenendo, seppur fra mille difficoltà.

Spostare la nostra attenzione dalla trasformazione della tecnologia alla trasformazione di noi stessi, è la parola d’ordine. Trasformare noi stessi, il nostro modo di pensare il lavoro, il nostro approccio alla professione, il nostro modo di essere consumatori.

Servirà immaginazione, per ripensare il tuo business – se sei un’azienda -, e per ridisegnare i tuoi percorsi d’acquisto quando sei cliente.

A un patto, però: che le tecnologie siano cucite come il più comodo degli abiti nella vita delle persone.

Perché se i manager e i dipendenti – dentro l’azienda – e i consumatori – fuori l’azienda – sono disposti a trasformare se stessi, al centro delle attività digitali dovranno continuare a troneggiare le persone, il loro benessere, la qualità della vita, la sostenibilità del pianeta.

E’ così che la trasformazione ci restituirà i nostri superpoteri.

Anche a te.

Che puoi. Diventare Jeeg.


Alessandro Principali

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