Carta d’imbarco 

Carta d’imbarco 

Viaggio fisico ed emotivo del nostro andare

Grimmstraße 30, quartiere Kreuzberg. Mi trovo a Berlino e siamo nell’estate del 2013. Appuntamento in una delle pizzerie Italiane più rinomate della città con Ciro, gestore del locale ed emigrante in Germania da 15 anni. Ci presentiamo e iniziamo a fare due chiacchiere sulla sua vita a Berlino. Colgo una nota di nostalgia, quando mi parla del distacco dal suo paese di origine Pompei, e una forte lucidità quando racconta dell’efficienza dei servizi tedeschi. In maniera diretta gli chiedo: “Tu vieni da Pompei, un posto dove c’è sempre il sole e a due passi dal mare, a Berlino fa freddo e sono poche le volte che alzando lo sguardo al cielo trovi il sole a darti il buongiorno. E’ dura per te vivere qui?”. Senza pensarci troppo Ciro mi risponde: “In Germania funziona tutto così bene, che il sole è l’ultima cosa a cui penso”.

Ciro, rientra in quella categoria di viaggiatori cosiddetta migrantes per i quali lo spostamento in un altro paese corrisponde al cambiare la propria posizione sociale ed acquisire una forma di “fama” che nel posto di origine per qualche ragione viene negata. L’obiettivo di questa tipologia di viaggiatori è quasi sempre diventare qualcuno, rinnovarsi, azzerare e ricominciare tutto da capo.

Centro Commerciale El corte ingles, quartiere finanziario. Sono a Lisbona, per la ricorrenza del 25 Aprile. Incontro Nuno, studente in economia, conosciuto qualche tempo prima all’Università dell’Aquila durante il suo Erasmus in Italia. Siamo seduti al tavolo di un bar, mentre gustiamo caffè espresso e Pasteis de nata (dolce tipico portoghese a base di crema). Nuno, detto anche rastaman per via dei suoi lunghi dread, mi racconta del viaggio in autostop da L’Aquila fino a Lisbona. In doveroso silenzio ascolto le sue parole che una dietro l’altra delineano il suo spirito vagabondo e la sua sete di avventura. Un racconto denso di particolari, di colpi di scena e percorsi alternativi. Mi lascio affascinare dalle sue parole a tal punto da sentirmi io stessa passeggera di quel viaggio intriso di asfalto, camion scintillanti e cibi saporiti.

Nuno, è un esploratore vagabondo che riesce nei suoi viaggi ad entrare nell’anima dei luoghi che attraversa. Quello del vagabondo è un viaggio senza un punto di arrivo e un continuo avvicendarsi di decisioni da prendere, imprevisti da gestire, nuove strade da tracciare e cambi di programma.

Costa Masciarelli, quartiere Duomo. Sono a L’Aquila, nell’Aprile del 2003, preparo la II annualità di Antropologia culturale. Programma d’esame: il tarantismo pugliese e la spedizione etnografica nel Giugno del 1959 di Ernesto De Martino in Salento. Scorro le pagine del libro “La terra del rimorso” e inizia il mio cammino nella cultura, nella spiritualità e nel mistero che avvolge il morso della taranta e la terra del Salento che l’ha partorita. Scopro nei racconti il significato dell’antropologia del viaggio e del ruolo dell’antropologo che osserva, registra, raccoglie e accumula souvenir di ricordi.

La frase più bella di De Martino che porto con me è: “Solo chi ha un villaggio nella memoria, ha un esperienza cosmopolita”.

Via Lago di Lesina 20, quartiere Trieste. Sono a Roma, oggi Marzo 2016. Siedo alla mia scrivania e mentre scrivo il mio articolo, rifletto su una tipologia di viaggio che con il mio mestiere avviene ogni giorno. Mi riferisco alle aule formative, agli eventi, ai team building, alle sessioni di coaching, insomma a tutte quelle situazioni in cui chiediamo ai partecipanti di vestire i panni di passeggeri e salire a bordo di un percorso che li porterà a vivere un’esperienza nuova, diversa e che li farà uscire trasformati.

 “Viaggia la polvere, viaggia l’acqua sorgente, viaggia sua santità”, così cantava Giovanni Lindo Ferretti in un suo brano di qualche anno fa. I motivi per cui si viaggia s’intrecciano sempre con gli stati d’animo, gli obiettivi e le aspettative del viaggiatore.

Ad esempio per me il viaggio è la ricerca di un altrove, la scoperta di verità, la voglia di dare un senso alle cose, è una forma di fuga, un vizio, un acceleratore di felicità, un accumulo di ricordi, un piacere, una motivazione, una ricerca di nuovi valori, una forma d’amore, un modo per lenire il dolore, un rischio, un’evoluzione.

Si conclude qui questo breve tour in compagnia di Ciro, Nuno, De Martino, Giovanni e le tante emozioni che mi ha suscitato ricordare.

Ringrazio Tina, la mia amica greca, che in una calda sera d’estate mi regalò un libro di ricette dal mondo con una dedica: “Chi non viaggia è come chi leggendo un libro si ferma alla prima pagina”.


Maria Rosaria Pagliaroli

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